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CASELETTE - 02/02/2011ATTUALITA'

TULLIA E IL SUO CARNEVALE IN SOFFITTA

Venezia è chiusa in un baule. A Caselette. E a nessuno frega niente, tanto i soldi per fare il Carnevale non ci sono, e poi le maschere – quelle vere – fanno paura, i bambini si spaventano, meglio stantuffarli in uno scafandro da Iron Man da cui non esce nemmeno la faccia. Così magari Iron Man va a sbattere contro Spider Man, finiscono in coma cerebrale tutti e due e Hollywood si libera di due piaghe in un colpo solo.
Però, che tristezza: a Caselette c’è un intero solaio pieno di personaggi che aspettano qualcuno che venga a svegliarli, a riportarli in vita. Maschere troppo belle per restare addormentate: guerrieri piumati, faraoni, alberi parlanti, il Vento, il Medico della Peste, la Luna, la Strega, la Sposa, il Doge, il Pavone, il Joker… Ambigui, inquietanti, sono figure scappate da una fiaba o da un incubo. Ai bambini piacerebbero se potessero vederle.
A dare loro la vita è stata la signora Tullia, che oggi ha 72 anni e una vita che meriterebbe un articolo a sé, ma questa è un’altra storia. Assieme al marito Mario – «rimorchiato a vent’anni in una sala da ballo per avere un passaggio fino a casa, e poi salta fuori che neanche aveva la macchina» – ha creato questo mondo di fantasia, per vent’anni, raccogliendo idee e oggetti di ogni tipo, dalle calze di nylon ai cappelli di paglia. Cartapesta, tessuti preziosi e oggetti di recupero, figli e nipoti messi a fare manovalanza, ogni anno un premio per aver creato la maschera più bella. Un viaggio a Venezia, a sfilare con il suo esercito di fantasmi colorati – i più applauditi perfino a San Marco, ma davvero non c’è da meravigliarsi. «Ogni volta che vincevo un premio investivo i soldi in nuovi materiali per i costumi. Quando ho vinto quattrocentomila lire sono andata a Venezia e li ho spesi tutti in una maschera, meravigliosa». La maschera ha ispirato un vestito, e ora è uno dei personaggi che affollano il solaio, una dama in nero e oro.
Ma oggi che il signor Mario non c’è più, i personaggi restano in soffitta. «Io non me la sento più di organizzare sfilate, di preparare altri costumi. Ci vogliono settimane per farne uno, E’ un lavoro che ho sempre fatto con mio marito, ora… ora basta».
Alle amministrazioni locali non interessano, organizzare mostre e aprire musei costa troppo, e poi con le maschere non si fanno i soldi. Certamente no, se stanno sul fondo di una cassa, ma nemmeno Steve Jobs avrebbe combinato molto giocando al Conte Dracula.
In un’Italia che lascia cadere a pezzi Pompei c’è poco da stupirsi se il Carnevale scompare.
A parte rare eccezioni, comunque particolari, come Viareggio con i suoi carri e la battaglia delle arance di Ivrea, le maschere che fine hanno fatto? C’è Venezia, certo, che potrebbe essere una meraviglia, ma ha la puzza sotto il naso e non solo metaforicamente. Nelle altre piazze italiane le maschere non ci sono quasi più, dopo secoli di storia non le vuole più nessuno, e se anche si fanno vedere, chi le conosce? Roba vecchia, da gente un po’ matta. Un uomo in tabarro nero, con un lungo naso bianco e fessure buie al posto degli occhi fa paura: levatelo da lì, che spaventa il pargolo! (pargolo che è stato infilato nel costume di Darth Vader, e nel frattempo sta facendo a pezzi il fratellino Winnie Pooh con la spada laser, visto che con l’elmo integrale non può mangiare le bugie).
Ma il Carnevale non era questo, era rovesciamento, era caos, con i padroni che servivano e i servi che comandavano. Lo stesso Arlecchino è una figura antichissima, che arriva dagli Inferi; però c’è poco da fare, anche uno che ha fatto il demonio per cinquecento anni davanti a 24 bambini vestiti da Teletubbies se ne torna fra i dannati, che almeno c’è gente più sana.
«Prima di queste maschere ho cominciato con i carri, che facevamo per il Carnevale in paese, e con cui poi sfilavamo in tutta la Val di Susa. Il primo è stato quello degli arabi, poi abbiamo fatto Re Artù, le gheise e gli astechi» racconta la signora Tullia, mentre sfoglia le fotografie. A Caselette hanno un’idea strana degli “astechi”: hanno dei teli blu sulla testa, cavalcano dei condor e non si capisce dove diavolo potessero aver trovato leopardi da spellare in Messico, ma a parte questo il carro è stupendo. «Le idee per i costumi le trovavo tutte nella mia testa, poi ci mettevamo lì io e mio marito e li costruivamo insieme». Ed eravate d’accordo su come realizzarli? «Certo. Comandavo io».
Le maschere della signora Tullia sono capolavori, meriterebbero davvero una sala per farsi vedere, o perché no, un palcoscenico. Associazioni, teatri, scuole d’Arte, Comuni: nessuno interessato?
Elena Donà


Per maggiori informazioni: elenafrancesca.dona@gmail.com


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Le maschere di Carnevale di Tullia


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