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Santi Maimone - Carmagnola - pagina dei Pezzi da 90

Sprovveduta escursione

Solitario mi arrampicavo stancamente lungo un sentiero montano scavato dagli antichi popoli fra le bianche rocce che riflettono la luce del sole, quando all'improvviso un'ombra mi sovrastò.
Alzai la testa e guardai in alto facendomi scudo con il palmo della mano per ripararmi gli occhi dall'accecante sole.
Contro il cielo azzurro e sereno vidi stagliarsi maestosamente e imponente un'aquila reale. Le sue ali si aprivano sfruttando le correnti d'aria mentre silenziosamente planava su un costone dove aveva eretto il suo nido.
Ponendosi di guardia, nascondendo col suo corpo la nidiata, mi scrutava aprendo minacciosamente il suo becco in segno di sfida.
Ho avuto un po’ di paura; potevo diventare facile preda dell'animale che si trovava a suo agio in quell'ambiente perfettamente naturale per l'aquila, dove io arrancavo e mi muovevo a fatica, sudando per gli sforzi compiuti per arrivare fin lassù.
Non dovevo far capire che avevo timore di lei, anche se eravamo da soli su quel terreno impervio, per me almeno che non ho le ali.
Decisi all'improvviso e di certo pazzamente, di avvicinarmi di più al suo nido. Ero curioso di vedere ciò che nascondeva col suo meraviglioso corpo.
Sotto la pressione dei miei scarponi, un sasso franò rotolando a valle e il suo ruzzolare creò una eco paurosa nel silenzio della montagna dove il lieve soffio del vento si mostrava discreto per non disturbare la pace che regnava su questa cima che non conosce il brulicare di uomini.
D'un tratto l'aquila, con un repentino balzo in avanti, volò via e roteandomi sopra la testa scese in picchiata su di me che d'istinto con le mani mi riparai il viso dai suoi terribili artigli.
Un sibilo giunse alle mie orecchie e vidi passare vicinissimo alla mia testa, quasi strisciandomi addosso, la testa di un serpente ancorato saldamente alle affilate unghie dell'aquila che finalmente aveva trovato cibo per sé e la sua spennata prole sempre affamata.
Non scrutava me, allora. Aveva intravisto il rettile prima di me che senz'altro sarei caduto vittima del suo morso mortale, se non l'avesse artigliato con sicurezza e tempestività. Inconsapevolmente, forse, mi salvò la vita.
Cosa avrei mai potuto fare io, da solo, su questa montagna, lontano dai centri abitati se quel serpente velenoso mi avesse morso?
Guardai in alto, verso il nido, dove la famigliola stava consumando un luculliano pasto gustandolo apertamente ma che, per me, era vomitevole.
Mangiavano veramente di gusto, mentre nel silenzio udivo per la prima volta il leggero ruggire di un ruscello lontano, un rumoreggiare felpato di acqua, sangue della terra.
Molti ruscelli s'infiltrano, infatti, nei meandri di questa montagna, scorrendo nelle sue vene, sottoterra, formando capillari che si aggrovigliano fino a sfociare in grotte e colà formare laghi sotterranei.
Si può paragonare ad una profonda ferita, alla rottura dell'aorta, il buco fatto dalla trivella da cui sbotta con enorme pressione l'acqua che sale fino al cielo, come in cerca di un appiglio, per poi ricadere tentando di fermare l'emorragia causata dalla mano dell'uomo devastatore.
L'acqua che bagna le viscere della montagna, che esce purificata in superficie, da dove inizia la sua lenta e inevitabile metamorfosi, man mano che scende a valle.
Dapprima è gelida, trasparente, cristallina e, calma e tranquilla, segue il percorso fisso nella sua culla scavata fra le rocce. Comincia, barcollando, a fare i primi passi, titubante.
Talvolta procede zigzagando o addirittura si divide in tanti piccoli rivoli che gioiosamente scorrono uno accanto all'altro, ma che immancabilmente, dopo pochi metri, si ricongiungono formando ancora l'unico corpo di quell'acqua vergine e pura appena nata.
Maliziosamente più avanti, un ruscello si unisce alla nostra acqua e intraprendono insieme il viaggio, giù fino al mare.
È bello guardarla, giovane e pura, dall'animo trasparente, felice mentre cresce di volume. È attraente, fantastica e incomincia a parlare. La sua voce è tonante ma gradevole all'orecchio che l'ascolta.
Cantando salta sulle pietre e schiva con eleganza e flessuosità i grossi macigni che vogliono impedirle il passaggio, gelosi della sua bellezza, ma lei, agile e sinuosa, annulla i loro proponimenti.
Questo limpido sangue lascia alle sue spalle i simpatici ponti montani, accarezza prati verdi punteggiati di fiori dai colori vivaci. La si vede saltare coraggiosamente dall'orlo di un piccolo precipizio e rombando si espande in milioni di goccioline che giocando con i raggi del sole, creano le meravigliose luci dell'arcobaleno, un’iride di sorrisi e così, vestita a festa, l'acqua continua a scorrere verso il suo destino, avvicinandosi sempre di più al mare che ansiosamente l'attende.
È cresciuta di molto oramai e dentro di lei comincia a muoversi la vita. Piccolissimi esseri si vedono nuotare nel suo intimo, all'interno di un utero trasparente e chiaro dove non c'è bisogno di placenta per proteggere la vita che arricchisce la missione della nostra eroina che scende orgogliosa verso valle, finché non raggiunge la pianura e incontra la prima fabbrica che l'asfissìa, l'ammala, la rende vedova e sola e il suo cadavere lo avvolge il mare, meta sospirata fin dalla nascita, quando sprigionava purezza.
Mi scrollai questo pensiero e rivolsi lo sguardo al nido e avanzai ancora di qualche passo mentre dalla gola dell'aquila usciva un suono gutturale di cui io feci male a non interpretarne il vero significato; quel suono era un pericoloso avvertimento nei miei confronti.
Mi trovavo in bilico su di una roccia, quando l'aquila lasciò ancora una volta il suo nido e questa volta planava proprio su di me, ne ero sicuro.
Nella speranza di schivare l'attacco, saltai ma caddi male e battei violentemente il ginocchio contro la roccia; il dolore mi immobilizzò per qualche secondo, il tempo giusto per dare l'opportunità all'aquila di farmi trovare impreparato.
Vidi i suoi neri artigli sfiorarmi il petto e la scia che lasciò odorava di puro selvatico, mentre ritornava maestosamente a protezione del suo nido.
Sulla camicia mi ritrovai alcuni rimasugli del pasto consumato caduti dal suo becco o dagli artigli aperti.
Mi ripulii con ribrezzo e disgusto alla vista e ancor di più al contatto degli avanzi del serpente, menù di un pasto disgustatile.
Poi me ne ritornai a valle, lasciando l'aquila appollaiata a guardia della sua prole e abbandonai in fretta il suo territorio; il gioco si stava facendo pericoloso e gli scarponi cominciavano a farmi male.

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