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BEINASCO - 30/10/2009MOSTRE/EVENTI

Michele Vescovi racconta Garelli, l'artista che viveva nella casa cubo

Gabriella Serravalle

Franco Garelli lo si può conoscere con la bellissima mostra curata da Angelo Mistrangelo che la chiesa di Santa Croce ospita fino all’ 8 novembre. Ma Garelli era un beinaschese, ha vissuto e lavorato a Beinasco, nella sua casa sono nate molte delle sue opere. Molti in città si ricordano di lui, pochi hanno avuto il piacere di conoscerlo perosonalmente. Michele Vescovi è un architetto, ha conosciuto e collaborato con lo scultore. L’architetto Vescovi lavora nel suo studio in piazza Alfieri, il lavoro per lui è una passione prima di tutto. Ha conosciuto Franco Garelli in diverse occasioni.


Vescovi racconta di un Garelli già allora poco a Beinasco, impegnato con le sue mostre in giro per il mondo. Ed è interessante sentire gli aneddoti sul monumento ai caduti, sulla casa cubo del Garelli. Perché li racconta nei minimi dettagli, con fervore, come fossero accaduti ieri. Parla della fine degli anni ’60.
Michele Vescovi: «L’incontro con il maestro Garelli è uno di quelli che segnò la mia vita professionale. Io ero un giovane tecnico, lui già uno scultore affermato».
L’architetto Vescovi allora trentenne era dirigente dell’ufficio tecnico comunale. Venne incaricato di seguire i lavori del monumento.
«In quella occasione conobbi Franco Garelli. Vidi in anteprima assoluta il bozzetto del monumento, gli chiesi il significato dei simboli. Con molta umiltà, lui professionista già affermato si mise a spiegare a me, allora solo un ragazzo. Mi disse: vede, una volta quando si facevano i monumenti si usavano immagini e simboli tipici quali il soldato con il fucile. E mi mimò la figura. Poi continuò. Io invece faccio immagini che sono allegorie. Questa lastra di acciaio piena di sbrechi rappresenta gli orrori della guerra. Le due ali che si librano verso l’alto simboleggiano che la guerra deve essere la corsa verso la libertà degli individui. Mi convinse. Mi diede finalmente una spiegazione logica. E poi la targa apposta sul monumento. Qualcuno leggendo una frase così bella può pensare che chi l’ha scritta deve averla scritta, rivista, e poi riscritta. Fu scritta durante una riunione in comune. Era presente Franco Antonicelli saggista e poeta, in quegli anni senatore. Prese un foglio di carta una penna e butto giù di getto la frase che oggi potete leggere».



Un’altra curiosità è la casa in cui abitava. «Garelli aveva una casa in via di Nanni, in una posizione bellissima. La chiamavamo la casa cubo, era un vero e proprio cubo. Una casa molto semplice, al primo piano appena entrati uno stanzone officina, pieno di attrezzi, dove lui realizzava le sue opere, vi si entrava da una porticina piccolissima. Questo particolare non l’ho mai capito. Era talmente piccola da doversi chinare per entrare. Un vero e proprio laboratorio d’arte. Una factory alla Wharol».










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