giovedì 27 apr 2017
ultimo aggiornamento ore 14.55
CRONACA
ATTUALITA'
INTERVISTE
SPORT
pagina BiancoNera
HANNO DETTO...
L'INTERVENTO DI...
tsunami
pagina dei libri
pagina dell'Arte
pagina della musica
pagina del cinema
pagina della salute
pagina del gelato
pagina delle ricette
pagina delle aziende
pagina degli annunci
pagina dei soldi
pagina degli astri
pagina dei Pezzi da 90
pagina dei concorsi
pagina di Google
pagina del cane Vidar
photogallery
Cerca su Pagina:

Area Utenti
Commenta i nostri articoli:
Username:
Password:
TORINO - 26/05/2009INTERVISTE

Sarasso: «Da quando non c'è più Cuore l'Italia è un paese peggiore»

In «Confine di Stato», capitolo primo della «trilogia sporca dell’Italia», ha mescolato realtà e finzione per rileggere, servendosi della libertà di movimento offerta da «interstizi», pieghe e «buchi» dell’informazione, alcune tra le pagine più oscure della storia nazionale, e raccontarle attraverso una tecnica mista che non ha nulla da invidiare agli autori di genere più noti e blasonati; lui è Simone Sarasso, trent’anni, novarese, semplicemente uno dei più promettenti rappresentanti del noir italiano dell’ultima generazione. Lo abbiamo incontrato alla Fiera del Libro, in occasione dell’uscita del suo nuovo romanzo «Settanta», edito da Marsilio, in libreria dal 20 maggio.

Iniziamo con una domanda sulla tecnica narrativa: in «Confine di Stato» misceli modi e suggestioni estremamente diverse, provenienti da cinema, fumetti, letteratura di genere, giornali, registrazioni ambientali, verbali di polizia, sceneggiatura ecc., con un fare piacevolmente post-moderno; come nasce questo modo di raccontare?
Il «minestrone», come lo chiamo io, ossia la commistione di linguaggi diversi e distanti è una palese eredità ellroyana. O meglio, un tentativo (non so se del tutto riuscito) di imitare la tecnica narrativa di James Ellroy in «American Tabloid». Alla ricetta del «minestrone» ho aggiunto un ingrediente per cui vado matto: il fumetto.

Mescolando forme d’espressione «alte» come la letteratura (anche di genere) e «basse» come il fumetto, infrangi una distinzione tradizionale, quella tra alta e bassa cultura, che in Italia è ancora viva. Lo fai volontariamente?
Mah, non sono così convinto che in Italia gli intellettuali se la menino ancora con la distinzione tra cultura alta e bassa. Ormai lo fanno solo certi vecchi professoroni polverosi, o qualche critico non più giovanissimo. Credo che il nostro Paese, negli ultimi quindici anni, sia stato travolto da una ventata di freschezza letteraria. E quella freschezza ha fatto proprio dell’infrazione di quella maledetta barriera tra alto e basso uno dei suoi cavalli di battaglia. Scrittori diversi con intenti simili hanno lavorato ai fianchi il vetusto mondo delle lettere italiane, creando qualcosa di completamente nuovo, mai visto prima. Quel qualcosa ha un nome, gliel’ha dato Wu Ming : New Italian Epic.
Pensi che il tuo modo di scrivere sia cambiato nel passaggio da «Confine di Stato» a «Settanta»? E, se si, in che modo?
Sì, c’è stata un’evoluzione tremenda. In «Confine» mi interessava più che altro il linguaggio cinematografico, l’azione a tutti i costi, il parlato tarantiniano. La lingua del romanzo era tutto fuorché aderente alla lingua vera. «Settanta» è un oggetto narrativo completamente diverso: ho lavorato a lungo sul lessico (per restituire i regionalismi e le inflessioni dell’italiano di quei tempi là) e sull’intreccio (costruendo un «mostro» a quattro teste, una storia polifonica a quattro voci che diventano una sola). Il passaggio è stato piuttosto naturale, comunque: più scrivi, più sei sicuro di ciò che puoi fare e più hai voglia di sperimentare.

Cosa vuoi dirci sull’intreccio di «Settanta»?
Siccome la suspence ha un ruolo di primo piano, nel libro, non vorrei svelare troppo. Basti dire che il romanzo percorre tutto il decennio più buio del XX secolo. È ambientato per la maggior parte nel nostro Paese e racconta tutti i «buchi neri» della storia di quegli anni, dal golpe Borghese alla bomba alla questura di Milano, a Piazza della Loggia, all’Italicus, a Bologna. La narrazione ha quattro punti di vista: quello di uno stragista (un agente dei Servizi deviati), quello di un giovane magistrato del Sud, quello di un attore di genere (il genere più in voga a quei tempi: il «poliziottesco») e, infine, quello di un bandito (la giovane promessa della mala milanese).

In chiusura a «Confine di Stato» citavi una serie di autori importanti per la tua formazione di scrittore, tra questi spiccavano Giuseppe Genna e James Ellroy. C’è qualche altro nome che vorresti aggiungere alla lista? Quali sono gli autori che hanno influenzato il Sarasso scrittore?
Beh, devo molto anche a Wu Ming, Giancarlo De Cataldo e Gianni Biondillo. Molti dei nomi inscritti da Wu Ming 1 nella nebulosa del New Italian Epic hanno avuto una qualche influenza su quello che scrivo: sarebbe impossibile, ad esempio, per una penna come la mia, prescindere da un autore come Sergio Altieri, per esempio. Lui è uno dei miei numi tutelari. Se devo pensare a una «corrente letteraria» di riferimento, penso di sicuro al NIE.

E per quanto riguarda il cinema, quali sono i registi che ti hanno segnato, a parte l’immancabile Tarantino, i cui dialoghi riecheggiano dalle tue pagine?
Qui è più difficile. Mi vengono subito in mente Micheal Mann, De Palma e Scorsese ma, in verità, l’oggetto visuale che più influenza la mia esperienza narrativa attualmente non è il cinema, e dunque quei nomi sono in qualche misura «inattuali». Negli ultimi due anni ho visto pochissimi film e moltissime serie televisive, per la maggior parte americane. Serial come Lost, Battlestar Galactica, Prison Break, sono lezioni di sceneggiatura. Insegnano dettagliatamente come si racconta una storia lunga, come si gestiscono nel tempo gli snodi narrativi, come è bene dosare adrenalina e quiete, riflessione e passione. Le serie televisive costituiscono per la nostra generazione ciò che i blockbuster sono stati per chi aveva vent’anni negli ‘80. Un narratore contemporaneo difficilmente può prescindere da esse; quanto meno, gli tocca farci i conti.

Passiamo ad aspetti più teorici: la tua «Trilogia sporca dell’Italia» risponde ai canoni di una certa letteratura noir che «scava» e «svela», basandosi su fatti veri e restando sempre in bilico tra il «vero» e il «verosimile». Secondo te, in una società ormai segnata dalla disponibilità quasi infinita di informazioni in rete (o almeno così ci dicono…), in che modo la letteratura può ancora svolgere un ruolo educativo, pedagogico, ammesso che possa farlo? In che modo la letteratura nera può insegnare alla gente a guardare oltre le apparenze e distinguere la «realtà», a leggere movimenti nascosti o sommersi, mascheramenti e «trame oscure» del potere?
Sul presunto ruolo «pedagogico» della letteratura ci sarebbe da discutere. Nel senso che ci sono già i libri di storia per imparare cose sul passato del nostro Paese e per non commettere più gli stessi errori. Tuttavia, ne convengo, una delle cose importanti che mi piacerebbe facessero i miei libri è proprio stimolare il lettore che certe storie non le ha mai sentite, o che magari se le è solo dimenticate, ad aprire un libro «serio» (un libro di storia, magari) per fermare la memoria di ciò che è stato. Il compito principale della letteratura (tutta, non solo quella di genere) è raccontare storie. E raccontare storie, come insegna Sharāzād, è il modo migliore per resistere: la narrazione è la forma più autentica di resistenza. La mitologica regina persiana sopravvive narrando, spinge la notte (e la morte) più in là. Lo stesso cerco di fare io: racconto vecchie storie perché non vadano perdute. E mentre le racconto, tiro fuori rabbia antica da mischiare a quella nuova, per sopravvivere. Per resistere, per reagire. Per far sì che cose del genere non accadano mai più.

Personalmente ti ho «scoperto» per merito di un amico, ma non ti nascondo di essere rimasto immediatamente affascinato dall’idea di fondo del tuo lavoro d’esordio, «Turkemar», che prende l’avvio dalla biografia del grande Fred Buscaglione per raccontare una classica parabola noir (nel senso dell’ascesa e caduta di un singolo personaggio) ma con risvolti «metafisici» provenienti dritti dritti dal mondo dei fumetti. Vuoi dirci qualcosa su «Turkemar»?
Turkemar è stata la primissima cosa che abbia mai scritto. Avevo in mente da tempo la storia di Buscaglione. Lo conosco molto bene, ho studiato un sacco su di lui, è stata una delle mie ossessioni giovanili. Scrivere una semplice biografia, però, non mi interessava; ne esistono in commercio di ottime, come quella di Ternavasio, per esempio (Maurizio Ternavasio, Il grande Fred, Lindau 2000). Volevo qualcosa di diverso, volevo ribaltare la prospettiva, come ha fatto Rodriguez in Dal tramonto all’alba. Ed ecco che l’idea demoniaca mi è venuta in soccorso: nel bel mezzo della storia di Fred ho sguinzagliato il demonio, secondo canoni «presi in prestito» da sua maestà Todd McFarlane, il papà di Spawn. Accostamento da brividi, come l’aceto balsamico sulle fragole.
 
Turkemar è oggi scaricabile gratuitamente dal sito della casa editrice Effequ. Perché un autore come te sceglie di distribuire gratuitamente una sua opera? Vuoi dirci due parole sulla licenza «copyleft»?
Il copyleft è quel meccanismo in base al quale, sottoscrivendo un’apposita licenza (Creative Commons), è possibile diffondere la propria opera in maniera telematica (e gratuita) e permettere ad altri, oltre che la riproduzione, anche l’ulteriore diffusione a terzi, purché non a scopo di lucro e a patto di specificare la licenza sotto cui l’opera è diffusa. Troppo difficile? Semplifichiamo: il tuo libro scaricabile gratuitamente da internet. Ecco, così ci capiamo. Io trovo che il copyleft sia una scelta azzeccatissima per opere dal limitato numero di pagine (come «Turkemar», per esempio): il lettore scarica, stampa e legge «in bozza». Più complicato (e meno funzionale) è quando i volumi in copyleft sono tomi da quattro o cinquecento pagine. Credo che qui la funzione «diffusiva» del copyleft venga meno. Per esempio, quando uscì Q dell’allora collettivo Luther Blisset, lo scaricai subito e iniziai a stamparlo con la mia getto d’inchiostro dell’anteguerra. A pagina 60 desistetti. E corsi in libreria a comperare il volume. Ora, se lo scopo è quello di stuzzicare il lettore all’acquisto, il copyleft è strabordante. Basta un’anteprima (magari corposa, anche un centinaio di pagine) sul sito dell’editore. Molti lo fanno già; mettono il primo capitolo in consultazione gratuita. Dalle prime cinquanta pagine (ma sto esagerando, ne bastano 20) qualunque lettore capisce se si trova a proprio agio con l’oggetto narrativo che ha di fronte. E di conseguenza se valga la pena acquistarlo e leggerlo su carta. Un uso interessante del copyleft è invece quello che se ne può fare occupandosi di critica letteraria. Personalmente, quando scrivo un saggio e voglio citare esattamente un passo di un libro ma non mi ricordo altro se non un paio di parole della citazione, avere a disposizione il testo in digitale è utilissimo. Tramite una semplice funzione di ricerca si può trovare il brano tanto a lungo cercato e citarlo come si deve. Se le biblioteche conservassero, oltre ai cartacei, anche una copia digitale di tutto ciò che è possibile, sarebbe davvero un gran passo in avanti per la ricerca e la critica. In definitiva, sono sicuramente a favore del copyleft e delle licenze Creative Commons per la libera diffusione della cultura, ma mi piacerebbe che se ne facesse un uso più mirato.

C’è qualcosa che avresti sempre sognato di sentirti domandare e che invece non ti è mai stato chiesto?
Sì, ha a che fare con l’informazione. «Tra tutti i giornali del passato che oggi non ci sono più, tra le tante voci ormai spente che hanno raccontato l’Italia, ce n’è una che ti manca?». C’è, e mi manca da morire. Da quando non c’è più Cuore, l’Italia è un Paese peggiore.

Ultima domanda: hai in vista qualche presentazione di «Settanta» a Torino o dintorni?
Ci stiamo lavorando con l’amico scrittore JP Rossano: la nostra idea è d fare qualcosa al Circolo dei Lettori a settembre. Vi terremo informati.

Fabrizio Fulio Bragoni


Versione per stampa

Articoli correlati

REDAZIONE - PUBBLICITA' - PROMOZIONI - _ - Road Communication sas Editrice P.I. 09842050016 - Copyright © Pagina - All rights reserved
Powered by Blulab