Marchionne: «In America conta non aver paura di perdere»
«Avevo
l'idea di scrivere un libro sulla straordinaria campagna elettorale di Obama,
ma poi mi sono imbattuto in una nazione che la crisi ha piegato ma non
spezzato, un'America di donne e uomini che hanno pensato a rialzarsi fin dal
primo momento della loro caduta. Obama è il prodotto di quest'America». Mario Calabresi ha raccontato così alla
Fiera del libro la genesi del suo ultimo libro. Si tratta di 11 storie di
common life made in Usa, dedicate alla capacità di mettersi sempre in discussione
e scommettere sulle proprie capacità: perché La fortuna non esiste. È il titolo del libro di Calabresi, è un
modo di pensare che calza a pennello a Sergio
Marchionne, intervenuto alla Fiera per parlare della nuova frontiera dell'american
dream con il neo-direttore della Stampa. Marchionne ricorda la sua avventura di
emigrante in nord America, e più precisamente a Toronto, Canada: «Gli italiani
non erano visti di buon occhio». E ancora: «Sono entrato in contatto con una
cultura molto rigorosa, fondata su un senso del dovere calvinista». Ma quella
cultura è stata la chiave per affrontare la vita con forza e determinazione. «In
America conta vincere, ma conta ancora di più non aver paura di perdere»
osserva l'amministratore delegato della Fiat. Gli attuali successi della Fiat
di Marchionne nascono da questo background. E allora Mario Calabresi sveste i
panni dello scrittore e rimette quelli del giornalista partendo con una serie
di domande. Marchionne risponde punto su punto. Su Obama: «Nessuno avrebbe scommesso
un dollaro su di lui, e invece ha vinto e credo che cambierà molte cose». Sulla
task force americana voluta dal presidente Usa per seguire la trattativa con la
Fiat: «Uomini eccezionali, dotati di profonda umiltà e spirito di servizio per
la loro nazione». E poi, sempre sull'affare Chrysler: «L'idea è nata un anno
fa, gli americani avevano bisogno di piattaforme tecnologiche e noi abbiamo
proposto lo scambio con azioni». È l'inizio di un'avventura che si è conclusa
con il successo Fiat negli Stati Uniti. È il successo - afferma Marchionne -
che nasce dal duro lavoro del nostro nuovo management». Il ricordo corre
all'annus horribilis della Fiat, il 2004: «Eravamo proprio alla frutta, per
ricominciare abbiamo deciso di sostituire vecchi dirigenti che rappresentavano
una sorta di colesterolo per l'azienda e li abbiamo sostituiti con una nuova
generazione. Giorno dopo giorno abbiamo affrontato le sfide, cercando di
rimuovere gli ostacoli con tenacia». E scherza con Antonio Baravalle, seduto in prima fila: uno dei Marchionne boys
passato a dirigere la Einaudi. E il futuro? Pungolato dalle domande di
Calabresi, Marchionne parla dei nuovi sviluppi. Evita di fornire anticipazioni
sulla trattativa General Motors in Germania, ma lancia segnali importanti: «È
una partita che si gioca in chiave europea e non si può affrontare in un'ottica
puramente italiana». Marchionne conferma il prossimo incontro con il ministro
dello sviluppo economico Claudio Scajola:
«Incontreremo il ministro e le parti sociali quando avremo più chiara la
situazione». E rassicura: «Cercheremo di fare del nostro meglio per evitare
danni che potenzialmente possono essere associati a un mercato come quello
attuale». La palla ritorna a Mario Calabresi: «Abbiamo toccato il fondo della
crisi?». Marchionne non ha dubbi: «Sì, si traballerà ancora, ma il peggio è
passato. L'Europa, come al solito, ne uscirà del tutto più tardi che l'America.
Ma i diversi paesi usciranno in ordine sparso, non in fila con uno a fare da
locomotiva che traina». Ribatte Calabresi: «E l'Italia?». Secca la risposta di
Marchionne: «È una domanda politica. Non rispondo di politica». (asca)