Le contraddizioni di Beirut nelle parole di Barakat e Daif
Come si
vive a Beirut? I due scrittori di origine libanese Najwa Barakat (foto) e Rashid Daif
alla Fiera del Libro hanno raccontato la vita quotidiana in una città devastata
da quindici anni di guerra civile (1975-1990). Isabella Camera d'Afflitto, docente di Lingua e letteratura araba
all'Università l'Orientale di Napoli e alla Sapienza di Roma, fa dialogare
l'universo narrativo e letterario degli autori, ospiti della Fiera. «La Beirut
che descrivo è l'istantanea di una città triste, distrutta da anni di guerra,
dove regna la paura. È una città abitata dai topi», spiega Barakat riferendosi
alla descrizione fatta nel suo romanzo Ya
Salam! (2007). «Questa immagine corrisponde al carattere dei personaggi che
la abitano. Sono tutti farabutti simpatici, ma soprattutto degli assassini che
crescono come i funghi all'ombra delle foreste e che avvelenano chi li mangia.
I protagonisti come la prostituta, il dinamitardo e l'archeologa si ritrovano
improvvisamente a Beirut in tempo di pace e ne hanno una visione distorta».
Anche Daif esprime la sua delusione, da libanese che ha vissuto la guerra, nel
romanzo Mio caro Kawabata, una
lettera dedicata al premio Nobel per la letteratura giapponese Yasunari Kawabata. Anche in E chi se ne frega di Meryl Streep (2003) l'autore descrive
la sua città: «I miei personaggi assomigliano a Beirut e Beirut somiglia alla
lingua araba: in arabo coesistono parole di 1.500 anni fa e termini moderni.
Beirut è una città occidentale, con quartieri che sembrano Broadway, e allo
stesso tempo ci si può imbattere in sobborghi medievali». E conclude: «Beirut è
una città in cui convivono bellezza e precarietà, razionalità e irrazionalità».
Perché proprio Meryl Streep? «Si tratta di un'attrice molto apprezzata dagli
intellettuali arabi che si occupano di cinema. E poi c'è un'altra ragione,
legata a un film. Nel mio romanzo il protagonista compra la televisione poco
prima di essere lasciato dalla moglie, inizia a guardare molti film e vede Kramer contro Kramer con Dustin Hoffman e Meryl Streep, che alla
fine degli anni Settanta accese un forte dibattito negli Stati Uniti in merito
al divorzio e alla cura dei figli. La vicenda però non riguarda il Libano.
Insomma, Meryl Streep faccia quel che vuole, ma non si impicci del Libano», ironizza
Daif. Altro tema caldo dell'incontro è quello della donna e della coppia: «Nel
mio libro - spiega Barakat - intendo mostrare che in tempo di guerra non sono
solo gli uomini ad avere un ruolo attivo, ma anche le donne partecipano,
attraverso gli uomini». «Io parlo spesso di coppie - aggiunge Daif - Il letto è
il posto in cui si confrontano l'Oriente e l'Occidente. Le donne sono sensibili
agli stimoli dell'Occidente ma gli uomini continuano a imporre il velo, che
ormai non ha senso». Barakat saluta il pubblico affrontando il tema della
libertà di scrittura e di espressione: «Anche se sono una donna libanese non ho
limiti, in senso morale, ma solo linguistico. In altre parole, se voglio
parlare nei miei libri di alcuni aspetti della vita come il sesso, faccio
fatica perché nella lingua araba colloquiale mancano le parole per descriverlo».
(asca)