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RECENSIONI - 21/05/2017Recensioni

I Am Not Your Negro

«I’m not black, but there’s a whole lots a times I wish I could say I’m not white» (The Mothers of Invention - “Trouble Every Day”, dall’album Freak Out!, 1966)

Usciti dalla sala dopo aver visto I Am Not Your Negro (Raoul Peck, 2016) è quasi impossibile non sentire un furore crescere dentro di sé. Chi (come il sottoscritto) è “bianco”, potrebbe provare pure una certa vergogna per il proprio colore della pelle; non solo per tutto ciò che altre persone dello stesso colore hanno compiuto di orribile, ma anche perché, come ci spiega lo scrittore statunitense James Baldwin (1924-1987) al quale I Am Not Your Negro è consacrato, i concetti di “nero” e di “bianco” sono un’invenzione dell’uomo “bianco” [1]. Il pensiero di Baldwin è rivelatore ancora oggi, poiché ci dimostra come questi concetti razzisti non sono perpetrati soltanto da alcune “persone cattive”, ma fanno parte del sistema, sono ascrivibili alle logiche di potere e di dominio su cui si basa la società statunitense, così come qualsiasi società capitalista.

Usciti dalla sala, quindi, il furore che si prova non è fine a se stesso, ma va di pari passo con una voglia di agire, di protestare, di cambiare il presente. Questo perché le parole di Baldwin e soprattutto l’estetica stessa del lungometraggio diretto da Raoul Peck ci ricordano che il ruolo principale della Storia è permetterci di decifrare il presente. Difatti I Am Not Your Negro ribalta l’idea di un documentario composto solamente da immagini d’archivio, chiuso in un passato intoccabile, instaurando un continuo paragone tra ieri e oggi: ad esempio gli scontri recenti – negli Stati Uniti – fra la comunità nera e i poliziotti, dopo le uccisioni perpetrate da questi ultimi, ci mostrano che la situazione non è ancora cambiata dai sanguinosi anni Sessanta e che bisogna continuare a lottare.

Dunque I Am Not Your Negro è una delle opere più genuinamente politiche degli ultimi tempi. Il film abbozza qualche ambizione sperimentale (si pensi ai filmati di presidenti che appaiono all’improvviso in sovraimpressione sulle riprese inedite di un paesaggio statunitense) ma vuole rimanere nei confini di una forma tutto sommato classica affinché, nel suo fine militante, sia più accessibile a qualsiasi tipo di pubblico. Laddove I Am Not Your Negro pecca, però, è proprio nel concedersi ad alcuni stereotipi del documentario televisivo (non è un caso che tra i produttori ci siano Arte e RTS - Radio Televisione Svizzera), come le scritte animate che separano il film in capitoli, le pellicole d’archivio originariamente senza traccia sonora che sono state “doppiate” e “rumorizzate” per l’occasione (la bella musica composta per il film era già più che sufficiente), le didascalie battute a macchina. A proposito di queste ultime, che senso ha quell’unica scena, abbastanza inutile, nella quale il punto di vista del film cambia dal protagonista all’FBI?

Inoltre il momento in cui a un musical hollywoodiano vengono bruscamente giustapposte delle fotografie d’epoca di neri impiccati è esagerato e gratuitamente scioccante. In I Am Not Your Negro ci sono tanti estratti di film di finzione statunitensi, un po’ troppi, anche se è vero che qualunque documentario o libro di storia degli Stati Uniti non può non tenere conto di tale cinema, poiché non esiste forse nessun’altra nazione al mondo che si sia così tanto autorappresentata attraverso il mezzo cinematografico.

Ad ogni modo, di I Am Not Your Negro rimangono impresse le parole di James Baldwin, la toccante passione messa dall’attore/voce narrante Samuel L. Jackson nel leggere Remember This House (l’ultimo libro dello scrittore, rimasto incompiuto), il curatissimo lavoro di montaggio – anche sonoro – di Alexandra Strauss e la regia politica di Raoul Peck.

Stefano Darchino

[1] D’altronde, anche la parola “afroamericano” (o african american, come si ostina a scrivere Cristina Piccino su il manifesto per delle ragioni che non riesco a cogliere, dato che esiste un corrispettivo in italiano), che vorrebbe essere meno razzista di “nero”, è sbagliata: ormai quale rapporto possono avere i giovani americani di colore con l’Africa?







 


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