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RECENSIONI - 31/01/2017Recensioni

La La Land

Prima di girare quel Whiplash (2014) che l’ha fatto conoscere a livello internazionale, Damien Chazelle aveva realizzato Guy and Madeline on a Park Bench (2009), il suo primo lungometraggio: un musical, ma à la John Cassavetes – nella regia, nel bianco e nero, nel 16mm –, capace così di declinare la condizione di pochezza produttiva in una ricchezza formale. Con La La Land (2016; presentato in anteprima alla Mostra di Venezia e uscito a Natale negli Stati Uniti), Chazelle torna alle origini; e lo fa avendo a disposizione i mezzi economici per poter finalmente dare vita al suo sogno: dirigere un film in stile musical hollywoodiano degli anni Cinquanta (come Singin’ in the Rain, Stanley Donen & Gene Kelly, 1952). Da questo punto di vista, l’incipit è una dichiarazione d’intenti: con accompagnamento di una sinfonia di clacson (uno degli inaspettati leitmotive sonori del film), un 4:3 in bianco e nero – come quello di Guy and Madeline – progressivamente si riempie di colori e si allarga fino a diventare un glorioso CinemaScope (il film è stato girato in 35mm). Quindi un travelling fa passare la macchina da presa accanto a una serie di automobili in coda e dall’impianto di ognuna di esse proviene una musica diversa: c’è spazio per una delle canzoni di Guy and Madeline, ma anche per “La Traviata” di Giuseppe Verdi (“Si ridesta in ciel l’aurora”, atto primo scena quarta). L’utilizzo di quest’ultima non è casuale.

Infatti una scena di La La Land ricalca un passaggio dell’opera di Verdi, quello in cui Violetta, che sta cercando di soffocare la sua nascente passione per Alfredo, sente improvvisamente echeggiare il canto d’amore che egli ha appena intonato prima di partire (“Un dì felice, eterea”). Secondo le regie recenti (ad esempio: Giulini 1955, Kleiber 1977) il tenore che interpreta Alfredo deve trovarsi dietro le quinte in quel momento, ma è chiaramente una fantasia mentale della protagonista, ossia un elemento interiore e diegetico che diventa esteriore ed extradiegetico: nessuno penserebbe che Alfredo stia cantando in strada come un novello Romeo. In modo simile, quando Mia (Emma Stone) è al ristorante con il suo spasimante Greg, sente il pianoforte del suo amato Seb (Ryan Gosling) suonare il brano che lui ha composto per lei (“City of Stars”). La stessa ambiguità tra diegetico ed extradiegetico dell’atto primo scena quinta de “La Traviata” è mantenuta: un’inquadratura ci mostra addirittura la cassa dalla quale dovrebbe provenire la musica, ma lo spettatore sa bene che è impossibile che quel brano sia già stato registrato e possa dunque essere diffuso.

La La Land omaggia così l’influenza dell’opera italiana sul musical hollywoodiano; così come omaggia il cinema americano classico in generale, riproducendone alcune convenzioni, per esempio l’intertestualità degli attori, che “portano con sé” – anche esplicitamente – i precedenti ruoli da loro interpretati. In Casablanca (Michael Curtiz, 1942; film imprescindibile se si parla di amore e di pianisti, e probabilmente l’assonanza Sam/Seb è voluta) Sydney Greenstreet fa una breve apparizione, ricordando agli spettatori il precedente The Maltese Falcon (John Huston, 1941, sempre prodotto dalla Warner), nel quale aveva una parte principale. Allo stesso modo, durante il suo cammeo in La La Land J.K. Simmons è sostanzialmente di nuovo il burbero personaggio di Whiplash. Ma questa presenza dei ruoli precedenti di un attore si esemplifica soprattutto in Ryan Gosling, che ad un certo punto fa una battuta sulla possibilità di avere un tatuaggio sulla faccia (come il personaggio da lui interpretato in The Place Beyond the Pines, Derek Cianfrance, 2012). Inoltre il film di Chazelle contiene almeno due citazioni di Drive (Nicolas Winding Refn, 2011, con Gosling nel ruolo del protagonista Driver e sempre prodotto da Marc Platt): in una breve inquadratura Seb porta lo stesso cappello blu con la scritta “LA” che Driver indossava alla fine della sequenza iniziale della fatica “hollywoodiana” di Refn (subito prima dei titoli di testa); in un’altra scena, Seb ci viene mostrato aspettare sulla sua auto vintage e guardare l’orologio, proprio come faceva l’eroe refniano.

È chiaro quindi che ci troviamo davanti ad un lungometraggio “classico”, che cerca di ricreare un’aura di “perfezione” tipica dei film di altri tempi.

E in effetti è difficile trovare qualcosa da criticare in La La Land. Pure l’interpretazione un po’ troppo caricaturale di Emma Stone è giustificata dal fatto che si tratta di un’attrice che deve interpretare un’attrice; così come l’eccessiva patina nostalgica è motivata diegeticamente dalla psicologia di Seb, che a sua volta è un alter ego del regista stesso. Durante una discussione sul jazz, Keith (John Legend) chiede al suo collega Seb – e dunque sembra chiedere a Damien Chazelle (o Damien Chazelle sembra chiedersi) – come possa pensare di rivoluzionare le cose se è così tradizionalista. La risposta alla domanda sta nella regia virtuosa ed estremamente creativa di La La Land, un tipo di regia che era caratteristico del musical americano classico e della sua ricerca della spettacolarità, ma che al giorno d’oggi appare quasi come una novità; o, ancora meglio, la risposta sta proprio nel lungometraggio La La Land, che sa fondere abilmente la magia dei film musicali hollywoodiani degli anni Cinquanta con gli effetti speciali digitali (contemporanei), regalandoci alcune sequenze indimenticabili (la danza nel planetario) e un appello a sognare e a lottare per realizzare i propri sogni.


Stefano Darchino







 


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