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Rogue One: A Star Wars Story

Cerchiamo di semplificare. Rogue One: A Star Wars Story (Gareth Edwards, 2016) è un film da non andare a vedere, per due motivi.

Il primo motivo è qualitativo. Rogue One è uno dei peggiori blockbuster statunitensi dell’anno. Si tratta di un film inutilmente confuso e caotico. Esso spara addosso allo spettatore una sequenza d’azione dopo l’altra (non c’è un solo momento di respiro in tutte le due ore e un quarto di durata), sperando che il solo accumulo di tali sequenze (talvolta intrecciate attraverso dei montaggi alternati tra due spazi, senza una connessione logica che non sia la presenza di combattimenti in entrambi) permetta di tenere sempre attiva l’attenzione del pubblico. Se a ciò si aggiunge una regia pigra e approssimativa, che riprende ogni scena da diverse angolazioni differenti per poi ricomporla con tantissimi stacchi aggiustati alla bell’e meglio in fase di montaggio, il mal di testa è assicurato.

L’inizio è emblematico: una serie numerosa di personaggi – i futuri protagonisti del lungometraggio – ci vengono introdotti ad una velocità folle, uno dopo l’altro, dedicando esattamente lo stesso numero (bassissimo) di secondi ad ognuno. In altre parole, si susseguono una serie di “vignette”, ciascuna ambientata in un luogo diverso (specificato da un’immancabile quanto superflua indicazione geografica). Non si capisce nulla. Dopo andrà un po’ meglio, ma rimane l’impressione che non ci sia nessun rispetto nei confronti di questi personaggi, che appaiono come semplici pupazzi in mano alla trama. Non appena iniziamo ad affezionarci ad un personaggio, questi muore. Alla fine del film, tutti i protagonisti sono crepati. Essi dovevano forse scomparire per scongiurare la possibilità di un sequel (dato che Rogue One, secondo i suoi creatori, non può essere nient’altro che uno spin-off autoconclusivo)? In ogni caso, è di sicuro il film più violento di tutta la saga di Star Wars.

E qui ci colleghiamo al secondo motivo per cui Rogue One è un film da evitare: l’ultimo lavoro di Gareth Edwards, in fondo, non è un film di Star Wars. È un film di guerra hollywoodiano mascherato da film di Star Wars. La sequenza sul pianeta desertico comprende un carro armato (sic!) e una serie di figure con turbanti che sembrano parlare in arabo e che rapiscono i protagonisti mettendogli un cappuccio in testa. Il riferimento al cinema di guerra nordamericano sull’Iraq/Afghanistan è evidente. In generale, questi riferimenti sono così espliciti da alterare il mondo guerrestellare con l’inserimento di elementi estranei a tale mondo, come il carro armato citato poc’anzi. Altro esempio: la protagonista (Jyn / Felicity Jones) arringa un gruppo di ribelli con un monologo sull’importanza della Resistenza. Progressivamente, per effetto del montaggio, i ribelli assumono sempre più le sembianze di soldati americani nel Vietnam (con il tipico casco diventato icona grazie a Full Metal Jacket). E la battaglia che segue si svolge su una spiaggia, proprio come nella scena madre di Apocalypse Now.

Gareth Edwards utilizza riferimenti estremamente espliciti anche per creare dei rimandi ai precedenti film di Star Wars. Se Star Wars: Episodio VII - Il risveglio della forza (Star Wars: Episode VII - The Force Awakens, J.J. Abrams, 2015) faceva delle citazioni, Rogue One – anche perché non è ambientato dopo l’epoca degli episodi IV-V-VI ma contemporaneamente ad essa – fa dei plagi: alcuni fotogrammi dell’Episodio IV (George Lucas, 1977) sono stati clonati ed inseriti nel film del 2016; e una sorte molto simile spetta al personaggio di Tarkin, scioccante rielaborazione digitale dell’attore ormai morto, realizzata a partire dalla sua interpretazione nella pellicola del 1977 [qui sotto, di spalle, in un’inquadratura di Rogue One].

Questi plagi non riescono a nascondere una totale incomprensione del mito e dell’epica di Star Wars da parte dei creatori di Rogue One. In una delle ultime, orripilanti sequenze, Darth Vader affronta da solo, in modo incredibilmente tamarro, un gruppo di soldati semplici della Resistenza. Il problema è che Darth Vader, quello “vero”, non avrebbe mai combattuto con dei nemici inferiori al suo rango e soprattutto non l’avrebbe fatto servendosi della spada laser, uno strumento nobile (da usare solo contro un’altra spada laser). Insomma, Rogue One è la prova definitiva, se non ce n’erano già state abbastanza, che il passaggio della saga nelle mani della Disney ha avuto delle conseguenze nefaste. Se l’Episodio VII aveva già minato le fondamenta, Rogue One ha definitivamente ucciso Star Wars come lo conoscevamo. “Star Wars” è ormai destinato ad essere un marchio da appiccicare ad un prodotto cinematografico qualsiasi per abbindolare il pubblico ad andarlo a vedere: oggi un film di guerra, domani – chissà – un musical. Tanto basta farcirlo di strizzatine d’occhio agli spettatori più smaliziati e il gioco è fatto. Nell’ottica commerciale della Disney, Star Wars è solo un immaginario da saccheggiare: un immaginario dal quale estrarre personaggi, robot, oggetti che, riproposti con la scusa della citazione postmoderna ma privati della loro anima originale, si sono trasformati in gadget, proprio come i giocattoli che verranno venduti a loro immagine. Infatti non c’è intenzione alcuna di riproporre lo spirito di tale immaginario. In altre parole, non si è voluto seguire quella “linea editoriale” indicata da George Lucas nel 1977 e abilmente continuata da Irvin Kershner e da Richard Marquand, rispettivamente registi del quinto e del sesto episodio.

Per questo, se in qualche modo avevate apprezzato Star Wars (e in particolare se vi definite “fan di Star Wars”), dovete boicottare Rogue One e tutti i prossimi prodotti “targati Star Wars”.

Stefano Darchino