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RECENSIONI - 20/12/2016Recensioni

Arrival



In Arrival, il nuovo film di Denis Villeneuve (regista del Québec ora stabilitosi a Hollywood), gli alieni sbarcati sulla Terra ricevono gli umani a bordo delle loro astronavi e si presentano dietro una barriera trasparente dalla forma rettangolare, al fondo di un lungo corridoio scuro.

È quasi inevitabile pensare ad un riferimento alla sala cinematografica (che può a sua volta diventare metafora del grembo materno, dal momento che questo lungometraggio fantascientifico ruota attorno al rapporto della protagonista con la maternità). E il paragone con lo spettacolo del cinema regge all’inizio, quando la protagonista – una linguista statunitense di fama internazionale – deve tradurre i segni che sono prodotti dagli extraterrestri e che appaiono sulla barriera. In questo gioco metacinematografico, Arrival sembra far porre inconsciamente allo spettatore delle domande quali: come interpretare un film? E con quali strumenti? Sono sicuro che l’interpretazione che ne ho dato sia corretta? In effetti, il principale colpo di scena di Arrival è completamente legato al linguaggio filmico: lo spettatore viene ingannato, perché ciò che ha interpretato come una certa formula della grammatica cinematografica – grazie al montaggio – si rivela essere un’altra formula, simile (tanto da poter essere confusa) ma opposta alla prima; e in fondo completamente ambigua, in quanto esistente solo attraverso il senso che lo spettatore dà alla successione delle inquadrature sullo schermo. Preferiamo restare vaghi per non rovinarvi la sorpresa, ma siamo certi che dopo la visione del film avrete capito di cosa stiamo parlando (e potrete anche dare dei nomi a queste due formule).

Ecco, se non avete ancora visto Arrival, forse è meglio che interrompiate la lettura a questo punto (e la riprendiate in seguito).

Perché a parte la metafora metacinematografica – che perde di validità non appena la relazione tra umani e alieni diventa più interattiva del semplice atto interpretativo – e la geniale idea di montaggio citate precedentemente, il film di Villeneuve non ha quasi nient’altro da offrire.

Arrival si perde presto in una storia intricata e ripetitiva, nonché difficile da trasporre in immagini, che Villeneuve non riesce a gestire bene fino in fondo. Lo dimostra il fatto che, quasi a metà film, una voce di narratore fuori campo appare brevemente (e poi scompare) per far avanzare la trama e per spiegare dei concetti che non possono essere visualizzati (cioè resi film) perché appartengono alla linguistica. In questa sequenza disorientante per lo spettatore e un po’ imbarazzante, la voce over sembra trasformare il lungometraggio di finzione in un documentario televisivo, ma senza che questa trasformazione venga resa esplicita (ad esempio, lo stile di regia avrebbe potuto cambiare, imitando la mise en scène tipica di un reportage). Insomma, tale sequenza assume i contorni di un tentativo pasticciato di riassumere una parte di film che è stata presumibilmente tagliata in fase di montaggio allo scopo di arrivare più velocemente all’“azione”.

Infatti poco dopo inizia l’inevitabile climax finale in cui bisogna salvare il mondo. Poiché sono arrivate dodici navicelle aliene che si sono sparse un po’ dappertutto per il globo, la trama si complica e s’impantana in una geopolitica da blockbuster statunitense di propaganda (che riflette bene le attuali relazioni tra Stati Uniti e altre nazioni), con cinesi guerrafondai – ma che vengono calmati grazie all’“intervento” nordamericano – e russi che uccidono a sangue freddo i loro interpreti per impedire (inutilmente) che le loro traduzioni trapelino.

Ed è un peccato, perché fino a quel momento Arrival aveva cercato di evitare strategicamente i cliché del film hollywoodiano sull’invasione aliena: non c’è una sola astronave che si è posizionata (guarda caso) negli Stati Uniti, ma ce ne sono dodici, disposte in modo casuale su tutta la Terra; non viene data per scontata la comunicazione tra umani e extraterrestri, ma anzi essa va costruita con l’aiuto di esperti; ecc.

Però è anche vero che questa volontà di evitare ad ogni costo gli stereotipi finisce per rendere il tutto più forzato e in definitiva più confuso. Ne è una prova la colonna sonora, felicemente influenzata dalla musique concrète, che certo non è il solito accompagnamento orchestrale, ma che entra in conflitto con il bellissimo lavoro compiuto in post-produzione sul tappeto sonoro (soprattutto sui rumori) del film, al punto da chiedersi dove finisce una e inizia l’altro.

Per il prossimo film di fantascienza che sta preparando, l’attesissimo sequel di Blade Runner, c’è da sperare che Denis Villeneuve si occupi meno di politica e non si abbandoni nuovamente a delle velleità cervellotiche e in fondo “fredde”, ma si concentri piuttosto sulle emozioni, come aveva fatto Ridley Scott per forgiare il suo classico del 1982.

Stefano Darchino







 


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