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RECENSIONI - 01/06/2016Recensioni

La pazza gioia

Ne La pazza gioia – come nel recente Carol (con il quale ha molti temi in comune) – tutti i difetti del film possono essere perdonati davanti alle incredibili interpretazioni delle due attrici protagoniste, che creano insieme un’armonia capace di catturare completamente l’attenzione dello/a spettatore/trice.

Quindi lasciamo stare quelle scene poco riuscite in cui dei dialoghi troppo costruiti vengano girati con un’eccessiva fedeltà al copione e con una discutibile direzione degli interpreti (secondari, in particolare) [1]. Dimentichiamo più in generale qualche imperfezione nella sceneggiatura (come l’inutile storia d’amore tra il direttore della casa di cura e una delle operatrici sociali). E infine sorvoliamo sulle (auto)citazioni esplicitamente metacinematografiche, ad esempio il gratuito – benché divertente – siparietto à la Boris Il film che termina con un omaggio diretto a Thelma & Louise (altro “parente” di Carol).

Insomma concentriamoci su Beatrice/Valeria Bruni Tedeschi e Donatella/Micaela Ramazzotti. Inizialmente il film gioca sugli opposti: rispettivamente, bionda contro bruna, classica contro dark, e soprattutto alto-borghese berlusconiano contro miserabile [2] da cronaca nera (dei quali i due ruoli, grazie al filtro della malattia mentale, rappresentano delle caricature). Poi, progressivamente, i personaggi s’incarnano nei corpi delle attrici e gli opposti si avvicinano, diventano parte di una progressione: se Donatella è emaciata (introversa), Beatrice è più formosa (estroversa); e nel momento in cui Beatrice incontra la madre di Donatella, questo nuovo personaggio diventa la versione “gonfiata” di Beatrice (fisicamente e caratterialmente). Infine le protagoniste si rivelano essere due facce della stessa medaglia (la depressione) quando un campo-controcampo vicino alla spiaggia le rende speculari e le sovrappone. Allora possono addormentarsi su un muretto incastrandosi una sull’altra, come a formare uno yin-yang, perché i due opposti si completano alla perfezione.

Ciò che abbiamo appena descritto è merito da un lato della bravura delle due attrici, che costruiscono con attenzione i loro ruoli creando tutta una serie di tic e di gesti; dall’altro è merito di un ispirato Paolo Virzì, che caratterizza anche registicamente i due personaggi, privilegiando un montaggio audace per le scene legate a Donatella (ad esempio l’insorgere improvviso dei flashback) e la Steadycam per quelle concentrate su Beatrice.

La pazza gioia è dunque un buon lungometraggio, sostenuto dalla colonna sonora originale del fido Carlo Virzì (fratello di Paolo). Anche se a primeggiare è in realtà la musica preesistente, come una canzone popolare italiana che diventa leitmotiv del film in modo tipicamente virziano (stavolta è “Senza fine” di Gino Paoli, con cameo). E soprattutto come “Ave Maria” di De André, sottilmente camuffata da canto per la messa: una mattata!

Stefano Darchino


NOTE

[1] Come quando i responsabili della casa di cura discutono se permettere delle brevi uscite accompagnate alle due protagoniste; oppure quando queste ultime, sull’auto ferma, iniziano una conversazione spudoratamente filosofica; o ancora il monologo della madre di Beatrice.

[2] In senso non negativo (come nel titolo del celebre romanzo di Victor Hugo). Basti vedere la scena, quasi politica, nella quale Beatrice insulta e picchia ripetutamente con la borsetta Donatella, quest’ultima reagisce rompendole una bottiglia in testa, la polizia interviene e si avventa su Donatella, mentre a Beatrice viene prestato soccorso e addirittura offerta una sedia.


 





 


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