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RECENSIONI - 01/01/2016Recensioni

IL FIGLIO DI SAUL


L’ideale cinematografico di un film la cui forma rispecchia perfettamente il contenuto trova un esempio calzante nel potentissimo Il figlio di Saul (Saul fia, László Nemes, Ungheria 2015; uscita prevista in Italia: 21 gennaio 2016).

Per tutta la durata di questo lungometraggio d’esordio (eccetto le inquadrature finali), la macchina da presa rimane incollata al volto e al corpo del protagonista Saul, un ungherese internato in un campo di concentramento nazista. Tutto ciò che si trova dietro a Saul rimane fuori fuoco. Talvolta il campo si allarga per inserire nell’inquadratura i personaggi con cui Saul dialoga, ma si tratta quasi di eccezioni.

Il risultato è quello di trasporre visualmente l’atteggiamento del protagonista, che è egoisticamente ripiegato su se stesso. L’unico scopo che cercherà di perseguire fino alla fine sarà seppellire il cadavere di un ragazzino che crede sia suo figlio. Egli tenterà di realizzare tale progetto ad ogni costo, mettendo a repentaglio la sua vita e quella degli altri prigionieri, addirittura rischiando di far saltare una ribellione organizzata da alcuni suoi compagni. Saul non è interessato a far parte della Storia, è ciò di più lontano che si possa immaginare da un eroe, a patto che non si consideri il suo gesto come eroico in un “mondo” (che lo circonda) che ha perso ogni umanità. Un mondo dal quale egli si distanzia, sul quale egli sembra non porre direttamente il proprio sguardo, forse per sfuggire in parte a quegli orrori indescrivibili che rischiano di alterare la salute psichica di un individuo.

Allo stesso modo, la regia usa una tale forma particolare di ripresa per evitare qualsiasi spettacolarizzazione della violenza dell’Olocausto; sembra quasi volerci dire: “questo non è il solito film sui campi di sterminio”. Allo stesso tempo, aderendo ad un’estetica non troppo lontana da quella dei film in (semi)soggettiva, Saul fia aumenta a livelli esponenziali l’adrenalina e la tensione. Quest’opera prima diventa quasi horror nel suo voler mostrare ma mai troppo, in altre parole nel stimolare la nostra immaginazione a creare qualcosa di ancora più terrificante di ciò che stiamo veramente vedendo.

Inoltre, il lungometraggio di László Nemes ha il pregio di essere in qualche modo un impressionante esercizio di stile e di non cadere nel virtuosismo fine a se stesso, perché la priorità è data ai temi trattati. Ad esempio, il film riporta alla luce due elementi un po’ dimenticati della Shoah: in primo luogo, il fatto che bruciare i cadaveri degli Ebrei nei forni era un’offesa religiosa, in quanto la cremazione è sempre stata considerata contraria alla tradizione giudaica (e questo spiega la testardaggine di Saul nel voler dare una degna sepoltura al ragazzo, con tanto di benedizione di un rabbino); in secondo luogo, i numerosi casi d’insurrezione dei prigionieri dei campi, per non relegarli all’immagine delle vittime passive.

Infine, davanti all’ascesa di un’estrema destra di chiara ispirazione nazifascista in Ungheria, Saul fia appare anche un atto politico e militante.


Stefano Darchino

 





 


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