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RECENSIONI - 01/07/2015Recensioni

Inside Out

Non è semplice recensire un film Pixar, dato che la casa di produzione statunitense continua a mantenere la tacita promessa di realizzare lungometraggi d’animazione “per tutti” d’indubbia qualità.
Partiamo allora dall’inizio, e cioè dal cortometraggio – che, come d’abitudine, precede il lungo –, riguardo al quale chi scrive ha le idee più chiare: Lava (diretto da James Ford Murphy) è un lavoretto mediocre; una storia d’amore “impossibile” che ricorda il primo, piccolo capolavoro della Pixar (Knick Knack, John Lasseter, 1989), ma senza provocazione. Smielato e privo di sorprese fino alla fine, risulta addirittura peggio dell’altro corto musicale, il già imbarazzante L’agnello rimbalzello (Boundin’, Bud Luckey, 2003).
Quindi inizia il film di Pete Docter (lo stesso regista di Monsters, Inc. e Up), mostrandoci come la nostra mente è pilotata da sei figure, corrispondenti ad altrettante emozioni (Gioia, Tristezza, Paura, Rabbia e Disgusto). Ognuna di esse manda degli impulsi al corpo, che agisce, provocando così la creazione dei ricordi, i quali si presentano sotto forma di sfere – un po’ come le predizioni dei precog in Minority Report (Steven Spielberg, 2002). I ricordi più potenti finiscono nella memoria centrale, mentre gli altri vengono progressivamente accumulati per essere poi spediti dal quartier generale verso il cervello. Esplorando il corpo umano non sembra poi così lontano.


Cominciamo ad assistere a qualche gag divertente, ma non si è ancora del tutto soddisfatti. Soprattutto ci si chiede quanto potrà reggere questo meccanismo un po’ ripetitivo. All’improvviso Gioia, che nella mente di Riley (l’undicenne protagonista “umana” del film) fa da padrona, tenta di impedire che un ricordo triste entri nella memoria centrale, e finisce così catapultata fuori dal quartier generale insieme a Tristezza.
La mossa di far cominciare l’avventura è tipica del Pete Docter sceneggiatore. Ma se in WALL-E (Andrew Stanton, 2008) e in Up il subentrare dell’azione segnava la fine della parte migliore e più ambiziosa, per Inside Out è il contrario. Quello che segue (l’odissea nel cervello di Riley) è una sorta di lunga improvvisazione, che eleva la fantasia e l’inventiva ai massimi livelli. Ecco allora che la fabbrica dei sogni è Hollywood (ovvio, no?); che l’amico immaginario di Riley vaga per questi luoghi abitati soprattutto da “operai” conciato da barbone; che esiste un posto (il dimenticatoio) dove alcuni ricordi ma anche personaggi come Bing Bong scompaiono per sempre, facendo così sperimentare allo spettatore la “morte” – la quale era stata invece solo potenziale in Toy Story 3 (Lee Unkrich, 2010) – in una sequenza (altrettanto) toccante; o che si può finire in una “stanza della concettualizzazione”, dove metaforicamente l’animazione riflette sulla propria forma (ad esempio il passaggio, qui invertito, dal 2D al 3D).
Inoltre l’intero film gioca sulla contrapposizione tra l’aspetto cartoonesco dell’interno (del corpo di Riley) – colori accesi, forme e luci più semplici – e quello iperrealista dell’esterno: durante la fuga di Riley da casa, la regia imita addirittura lo stile di una macchina a mano, per avvicinarsi ancor più al cinema dal vero e per dare maggiore drammaticità.
Quando i veri protagonisti del film sono in fondo delle emozioni, è reso esplicito l’aspetto meta-emotivo di Inside Out. Nonostante sia l’opera inevitabilmente più intellettuale finora firmata dalla Pixar, la nuova fatica di Pete Docter sa divertire e commuovere con sincerità, senza usare i trucchi pavloviani del tipico blockbuster americano. E non è poco.
Stefano Darchino

 





 


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