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RECENSIONI - 03/06/2015Recensioni

As mil e uma noites - Volume 2, o desolado

Dopo un primo volume all’insegna della politica “diretta”, in cui veniva inquadrato soprattutto il governo portoghese, con il secondo volume Miguel Gomes volta la macchina da presa dall’altra parte, verso le persone comuni. Il regista ha diretto tutti i racconti che compongono As mil e uma noites senza sapere esattamente quale posizione avrebbero avuto nella forma finale. Durante la fase di montaggio, ha deciso di dividerli in tre film da due ore circa e di raccogliere nel secondo tutti gli episodi più cupi. Anche se punteggiato da sprazzi di umorismo e di surrealismo, O desolado è effettivamente un’inesorabile discesa nel buco nero della Crisi.

Si inizia con “Cronaca della fuga di Simão «Senza Fegato»”, la storia vera (come tutte le altre in fondo, anche se ciò non viene sbandierato da nessuna parte) di un pluriomicida che riesce a sfuggire alla polizia per più di un mese e diventa un eroe agli occhi della gente per la sua personale lotta contro il Potere. Gomes mantiene questo punto di vista, senza mostrarci i suoi orribili crimini ma filmandolo piuttosto come un solitario cowboy che vaga nelle aride pianure portoghesi. In quest’ottica è resa ancora più esplicita la scelta tecnica dell’intera trilogia: girare in Scope per dare epicità (e, in questo caso, maestosità ai paesaggi) ma usando una pellicola 16 mm, ossia la più povera e malandata. Come il consunto protagonista dell’episodio, che si muove in un ambiente quasi post-apocalittico e che dimostra la sua follia giocando d’azzardo con se stesso e “teletrasportandosi” (in una scena bellissima, piena di inventiva visiva e sonora). L’episodio dialoga con un certo western contemporaneo, e infatti siamo dalle parti di un Non è un paese per vecchi (No Country for Old Men, Joel & Ethan Coen, 2007) più calmo e allucinato.

E dopo, qualcosa di completamente diverso. “Le lacrime della giudice” inizia in modo violento, con la perdita della verginità di una giovane donna che, come in una sorta di rituale, informa subito la madre (la vera protagonista del nuovo episodio). Quest’ultima si trova a presiedere un tribunale insolito, all’aperto, in un anfiteatro greco, dove un piccolo caso di furto di proprietà si estende tramite intricati collegamenti agli altri presenti, che si rivelano quasi tutti colpevoli di qualcosa. Il processo vira ben presto in mascherata: tutto è spinto talmente verso l’ideale da diventare ancestrale, come una festa contadina o uno spettacolo dell’Antica Grecia (i pastori conciati come degli spiriti dispettosi, la mucca di cartone).

La regia è un susseguirsi di piani statici che danno pieno potere alla lingua, anzi a tutte le lingue: straniere, o addirittura inudibili, come quella di una sordomuta e di un ulivo (!), ma che tutti sembrano comprendere naturalmente (e gli spettatori possono farlo grazie ai sottotitoli). Ora ci troviamo senza dubbio nell’ambito del teatro filmato; anche se l’episodio si svolge in esterno, la fotografia è quella di un interno. In una sorta di progressiva chiusura, il terzo e ultimo racconto ruota intorno a un appartamento: quello di una coppia di mezza età che, malata e senza speranze, decide di suicidarsi.

Ma non è così semplice. Miguel Gomes parte da questa storia e la stravolge, arricchendola di personaggi secondari e scegliendo come filo conduttore un cagnolino, Dixie. Questi è il terzo protagonista “triste” e “solitario” (come nel titolo) del volume, circondato da una moltitudine che gli è in parte estranea, dopo Simão e la Giudice.

“I padroni di Dixie” è l’apice inclassificabile dell’arte narrativa di queste nuove “Mille e una notte”: interminabile, dalla cronologia incerta, diviso in più parti e addirittura con più racconti inscatolati nello stesso racconto principale (la coppia che narra alcuni aneddoti del palazzone dove abitano). Il tutto ritmato da una musica super-pop che rende benissimo la personalità di questa gente di periferia (altro che Mommy) e che è usata a un volume alto e fastidioso, proprio come il rumore dei droni della polizia sulla pista di Simão nell’incipit (la mediocrità culturale come espressione di un controllo dall’alto?).

Arrivati al fondo di questo caleidoscopio che infonde un leggero senso di ebbrezza, rimane l’idea di aver contemplato un ritratto lievemente fantastico ma in fondo spietato e lucidissimo del Portogallo ai tempi della recessione economica.
Stefano Darchino

 





 


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