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RECENSIONI - 30/03/2015Recensioni

Birdman

La prima cosa che si vorrebbe consigliare a Alejandro González Iñárritu, dopo la visione del suo Birdman, è di fare attenzione alla sottile linea che separa il film estremamente ambizioso da quello pretenzioso (un esempio quasi accademico: Quarto potere appartiene alla prima categoria, Il processo alla seconda).

Questo perché, da un lato, girare pressoché in un unico piano sequenza funziona in quanto trasforma il film in una somma di egocentrismi, di personaggi che desiderano calamitare l'attenzione su di sé e che credono che il mondo (e la macchina da presa) giri intorno a loro. Tale movimento di macchina è in fondo una versione abbellita della ripresa in stile contemporaneo-documentaristico della precedente produzione di Iñárritu, il quale continua a lavorare in modo interessante sull’uso della musica. La colonna sonora originale, praticamente un ininterrotto assolo del batterista messicano Antonio Sánchez, è ambiziosa e inusuale.

Dall’altro lato, però, tutti questi elementi sommati insieme risultano esasperanti. È vero che sia la principale scelta visiva (il piano sequenza) che quella sonora (gli assoli di batteria) sono giustificabili perché riproducono su piani diversi da quello narrativo il “monologo” del protagonista. Ma non sempre la variazione di un unico concetto, anche se ha senso sulla carta, diventa poi davvero efficace nella pratica. Infatti in alcuni momenti il film risulta faticoso a seguire: i dialoghi densi, la cacofonia della batteria che vi si sovrappone, e ancora la macchina da presa in continuo movimento... Benché tutto sia stato costruito con estrema precisione, si ha un’impressione di confusione. Inoltre gli attori recitano in un tono esagerato e vagamente insopportabile, senza che l’ambientazione teatrale riesca a rendere ciò pienamente tollerabile.

In altre parole il regista di Birdman si dimostra incapace di abbandonare la sua tradizionale pesantezza, nonostante il passaggio dal drammatico alla commedia. In ogni caso è chiaro che con questo film Iñárritu abbia voluto voltare pagina e guadagnare visibilità, dato che per una buona parte del grande pubblico il suo nome potrebbe essere nuovo. È interessante notare come sia Iñárritu che il Tim Burton del dimenticabile Big Eyes, tutti e due alle prove con un’opera nella quale intendono rielaborare la propria estetica cinematografica, lo facciano parlando esplicitamente di Arte e soprattutto di critica (per entrambi, i critici sono delle figure negative ma imbattibili). Si tratta comunque di voler esorcizzare la propria scelta, esplicitandola a livello diegetico. Burton lo fa instillando la paranoia del film firmato da lui ma girato in realtà da qualcun altro. Iñárritu narra invece di un uomo che rinnega il proprio tentativo di passare dall’entertainment all’essai, quando per il regista messicano è il contrario. Questi si diverte infatti a giocare all’autore che fa il film hollywoodiano, à la Godard (non per altro i titoli di testa che citano quelli di Pierrot le fou).

Siamo davanti a un film che vuole farsi sentire importante, che è costruito per sedurre lo spettatore e convincerlo di stare guardando un capolavoro, quando si tratta “solo” di un buon film... oggettivamente. Poi ciascuno, soggettivamente, è libero di amarlo o di odiarlo, oppure di rimanere pressoché indifferente (come chi scrive).


Stefano Darchino




 


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