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RECENSIONI - 26/05/2014Recensioni

Il giardino delle parole

Ecco che dalla moltitudine di autori di cartoni animati giapponesi (contemporanei), i distributori italiani selezionano un nuovo nome, sconosciuto ai più: Makoto Shinkai. La locandina recita: “Dal maestro M. S., considerato come il nuovo Miyazaki”. È chiaro che si tratta di un disperato appello ad attrarre pubblico, perché qui il paragone con Hayao non regge. Infatti esistono alcuni realizzatori di anime, come Miyazaki (anche Goro), che costruiscono la propria poetica basandosi su una regia tutto sommato convenzionale, propedeutica al cosiddetto découpage (ossia ad un montaggio continuo e invisibile, caratteristico del cinema classico americano ma ancora oggi predominante a livello mondiale). E invece vi sono altri autori, come Shinkai, che si preoccupano di sviluppare una regia personalissima. Uno degli elementi stilistici più evidenti di questo regista quarantenne (classe 1973) è un montaggio non convenzionale, che spesso ricorre ad inserti per punteggiare il flusso della narrazione. Tali inserti spaziano da particolari di oggetti a campi lunghi(ssimi), ma sono spesso spazi vuoti, cioè privi dell’elemento umano. Viene subito in mente Yasujiro Ozu e le sue ‘immagini sentimento’, ossia delle immagini di ambienti che intendono prolungare il sentimento dei personaggi dai quali lo sguardo della macchina da presa si è appena distolto. Nei film di Shinkai questa tendenza a dare importanza all’ambientazione viene estremizzata, tanto da essere diventato celebre lo scarto da lui attuato tra le figure umane (disegnate con tratti appena abbozzati) e lo sfondo (quasi iperrealista). La prima cosa che colpisce di questo Il giardino delle parole (la sua prima opera ad essere proiettata in Italia sul grande schermo, comunque anticipata da alcune uscite in home video) è che tale scarto è stato ridotto. Anzi, come spiega lo stesso regista in un’intervista che segue il film, egli stavolta ha proprio ricercato un’integrazione tra i due personaggi principali e la natura, riportando (in modo quasi impressionista) i riflessi della seconda sul corpo dei primi. La storia del liceale aspirante calzolaio e della giovane donna misteriosa che si incontrano durante i giorni di pioggia in mezzo ad un giardino viene narrata in modo delicato e pudico. È interessante ad esempio come allo spettatore è data la possibilità di vedere qualche momento della vita privata della donna, ma egli ne scoprirà il lato pubblico solo insieme al protagonista. Makoto Shinkai si riconferma capace di padroneggiare il melò (il suo genere preferito), salvo però sbrodolare in un prefinale esagerato – dove il pianoforte che aveva finemente accompagnato le immagini viene sostituito da una canzone pop sdolcinata – per poi risollevarsi in un doppio finale (con i titoli di coda in mezzo) etereo e sospeso, in puro ‘stile Shinkai’. Uno stile che tutto sommato sembra essersi decisamente normalizzato rispetto agli ‘esordi’, perdendo la sua carica innovativa, anche se non mancano delle sorprese, come alcune lente carrellate negli ambienti domestici (anch’esse molto à la Ozu). Alla fine di questo mediometraggio restano nella memoria la bellezza mozzafiato delle immagini e l’armonia di uno stile orgogliosamente ‘giapponese’, che si allontana in parte da un certo format globalizzato di anime.

NOTA: Il giardino delle parole è stato un esempio della recente moda di ‘film-evento’ (ossia di film per un solo giorno al cinema). Il mediometraggio (sui 45 minuti) è stato preceduto da un messaggio di Makoto Shinkai al pubblico italiano e da un suo cortometraggio (Someone’s Gaze), sempre del 2013, ed è stato seguito da un’intervista al regista e ai doppiatori e da uno speciale sullo storyboard – che è un po’ che come se si fosse acquistato un DVD e ci si fosse messi a guardare i contenuti speciali.

Stefano Darchino


 


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