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TORINO - 07/11/2013CRONACA

TRUFFE CON FALSI CONCORSI TELEVISIVI

La Guardia di Finanza di Torino ha scoperto un’associazione a delinquere finalizzata a truffe milionarie mediante finti concorsi a premi televisivi. Sei persone sono state arrestate tra Piemonte e Lombardia. I reati contestati sono associazione per delinquere finalizzata alla commissione di truffa, bancarotta, emissione di fatture per operazioni inesistenti e riciclaggio. L’indagine ha riguardato la società C.S.C. (Credits Security Consultants) S.r.l., con sede legale a Napoli, ma di fatto operante a Torino, quale “call center”. In particolare, la C.S.C. aveva promosso, tramite emittenti televisive private risultate estranee ai fatti contestati, un concorso a premi, denominato “QUIZZONE”, nel quale i partecipanti erano invitati a chiamare telefonicamente un numero “899”, che, a loro insaputa, prevedeva una tariffazione pari a 15 euro al minuto. I concorrenti venivano quindi lasciati in attesa per un certo tempo e, infine, le chiamate venivano interrotte. In questo modo, la C.S.C. è riuscita ad incamerare, nell’arco di un triennio, quasi 9 milioni di euro. I proventi illeciti sono stati successivamente fatti transitare nei conti personali degli indagati o sono stati trasferiti all’estero. Gli arrestati sono: Maurizio Dessì (nato a Moncalieri - anni 39), Costantin Parata (nato a Torino - anni 42), Francesco Maria Rossi (nato a Torino - anni 47), Alessandro Cerruti (nato a Torino - anni 44, commercialista); Paolo Pelaggi (anni 39), quest’ultimo già detenuto presso la casa circondariale di Pavia. Inoltre, sono stati concessi gli arresti domiciliari a Giuseppe Cerruti (nato a Calliano – anni 73, commercialista). I due commercialisti torinesi, padre e figlio, hanno ideato una rete di società svizzere e polacche, le quali, attraverso un sistema di false fatturazioni, hanno consentito alla C.S.C. di documentare costi fittizi idonei a giustificare il trasferimento dei proventi illeciti all’estero e, in particolare, in Svizzera e nella Repubblica di San Marino. Parte dei proventi illecitamente ottenuti attraverso le truffe veniva investito dagli indagati per l’acquisto di società operanti nei settori della ristorazione e dello stampaggio di lamiere, le quali venivano progressivamente svuotate e pilotate verso il fallimento, determinandone dolosamente lo stato d’insolvenza.


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